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* DATE
Dal 15 ottobre (inaugurazione ore 17:00) al 14 novembre 2020




* DESCRIZIONE

 


* INFORMAZIONI

  LE CENE SILENTI

Nella patria del melodramma (e più specificamente nella terra dell’opera dei pupi), da una produzione artistica realizzata nel bel pieno di una devastante epidemia molti si sarebbero aspettato un esibito profluvio di lacrime e tutto un pullulare di gramaglie e grida di prefiche.
E invece no.
Nella sequenza di immagini dipinte da Bice Triolo nel periodo marzo-aprile 2020 (i fatidici mesi della chiusura totale del paese), per fortuna, non è dato ravvedere nulla di tutto ciò. Nessuna ostentazione di orrore o di terrore, nessun grido strozzato od urlo sopratono, nessun estroflesso “memento mori” o richiamo a qualsivoglia “punizione divina”, nessuna denuncia moralistica o monito inquisitorio, nessuna sguaiataggine apotropaica o deriva iettatoria, nessuna cupezza visuale o mortificazione coloristica. Piuttosto una pittura brillante ed ipercromica, irretente ed abbagliante nel suo vitreo splendore, e tutta incentrata sulla dimensione per lo più domestica della tavola e della riunione conviviale.
Qualcuno – l’immancabile Catone di turno – potrebbe obiettare che la nostra brava Bice, con questi suoi quadri caleidoscopici e smaglianti, del tutto deprivati di parventi agganci con la situazione contingente, non abbia minimamente colto lo “spirito del tempo”, estraniandosi in un “ambito altro”, sistematicamente depurato d’ogni cura e d’ogni doglia e ampiamente intriso di pregnante apatia. Ebbene, costui si sbaglierebbe; si sbaglierebbe perché lo “zeitgeist” non sta esclusivamente in una pedissequa traduzione visuale dello hic et nunc, non risiedendo – infatti –nell’obbligata resa cronachistica di quanto accade intorno a noi. Esso può esprimersi ampiamente anche per semplice “specularità”, per inversione del “canone convenuto” nel suo simmetrico opposto, e quindi mediante la sostituzione di tetraggini e cupezze con slanci coloristici e solarità.
Proprio per questo, le “cene silenti”, ovvero le tavole imbandite raffinatamente dipinte da Bice Triolo nel marzo-aprile di quest’anno, – ad onta delle apparenze – raccontano con vivida dovizia quanto accaduto non meno di opere d’arte che descrivano nel dettaglio i fatti e le vicende che continuano impietosamente a vessarci e attanagliarci.
Si tratti di interni intimistici (Due finestre, Cibo per la mente, Gelatine, Tovaglia verde, Mangiamo fiori, Vento, Il servizio blu, In cucina) o di esterni pausati e atemporali (Aragosta, Ricci, Rose gialle, La festa è finita, Frutti di mare, Tovaglia rossa, Tamerici, Picnic sull’erba e Picnic nel bosco), queste pitture si ergono infatti a riflesso puntuale d’uno stato della mente e d’una condizione esistenziale non riferibili esclusivamente alla nostra Bice, ma largamente condivisibili anche da chi è chiamato ad osservarle e ad immergersi nella loro suadente trama narrativa.
Non tragga in inganno l’evidente desolazione degli ambienti, poiché la mancata presenza umana è una abituale cifra stilistica di Bice Triolo; piuttosto è proprio l’idea del convivio imminente, dell’approssimarsi d’una condivisione alimentare, affettiva e socioculturale (in quei mesi di fatto impedita), a farsi carico dei dinamismi intrapsichici di natura emozionale, così tradotti in un immaginario che travalica elegantemente il mero ambito della compulsione incontrollata, pervenendo – come è tipico del migliore fare artistico – a visioni sublimate di intensa suggestione.
Fuor da romanticismi di maniera e da banali piagnistei, Bice – ancora una volta – ci coinvolge nel suo mondo interiore, nella sua consolidata elegia dalla vis immaginifica, chiamandoci a riflettere su quanto avvenuto – e purtroppo ancora in corso – con sguardo lieve eppur profondo, disvelando – dietro la parvenza pirotecnica della sua pittura – il senso di spiazzamento e di inquietudine indotto dallo stato delle cose.
Non v’è “morale della favola” in queste opere (che pure fabulae sono per la fattiva capacità di raccontare e raccontarsi), ma un motivato auspicio: quello di poter tornare quanto prima ad una fisiologica vita individuale e soprattutto socio-conviviale. E ciò non nell’errata convinzione che tutto possa esser come un tempo, ma nella consapevolezza d’una obbligata renovatio: d’una presa di coscienza di quel senso del limite (personale e collettivo) da cui ripartire per una più civile e qualitativa socialità.


Salvo Ferlito